sabato 26 marzo 2016

Etna comics. C'era una volta...l'isola che non c'era.


Ridendo e scherzando, l'Etna Comics arriva alla VI Edizione.

Ma ve la ricordate voi la prima? Io sì, io c'ero. E me la ricordo come fosse ieri.

Era la mia prima fiera del fumetto, mai stata in altre, e il Lucca comics era un evento mitologico, di cui avevo solo un pallido riflesso dai racconti di meraviglia dei pochi di noi isolani che andavano (in realtà, ancora non ci sono mai stata, ma diciamo che il riflesso adesso è più vivido e accurato).

Era il 2011. Era settembre. Era Catania. Erano Le Ciminiere: calde come l'inferno. Era la prima edizione della sconosciuta, e quasi passata completamente in sordina, Etna Comics - Festival internazionale del Fumetto e della Cultura Pop. Roba che, solo il nome, prometteva il paradiso e faceva tremare le vene e i polsi a noi piccoli sfigati nerdini, che ci nascondevamo nell'ombra e facevamo ghetto (credo di aver fatto il mio out coming a 24 anni); noi lettori di manga, fumetti vari, video giochi; noi che guardavamo più anime che video clip su Mtv (oddio, magari se la giocavano, in effetti...).

E lo sapete come fu? Bellissima, avevo gli occhi pieni di meraviglia. Comprai fumetti e la mia prima, ed ultima, katana. Mia madre ancora me la rimprovera.

Come era di fatto la fiera? Semi vuota, piccola, un po' disordinata, nulla di particolare. Occupava solo metà del piano terra dell'edificio centrale (quello dove ancora oggi è l'ingresso principale), semi vuoto, sia in termini di stand, che di gente.
Al secondo piano, si trovava l'area Games: un lato del piano per i giochi da tavolo e l'altro per i giochi in console; il karaoke: un angolo racchiuso con dei pannelli neri e uno schermo; e l'area ristoro, che si componeva solo dell'angolo per i noodles liofilizzati delle scatole (precisamente, quelli che compravamo da Cristaldi, in via Pacini), e dei poveri ragazzi giappo che morivano di caldo sopra i vapori del riso per gli Onigiri.

Aveva un nome altisonante, come piace tanto a noi del sud, ma era poco più che una fiera di paese tra gente dello stesso circondario, dove si scopre che si è tutti amici e mezzi imparentati: come piace tanto a noi del sud.

Era bella, era vera, aveva un'anima tutta sua. Era la nostra prima volta, non cercavamo riconoscimenti o legittimazione da parte delle altre grandi fiere. Niente agonismo o concorrenza, non bisognava dimostrare nulla, se non la voglia di creare una cosa bella, che guardasse e parlasse di mondi oltre i confini del nostro mare e che, allo stesso tempo, avesse il sapore e lo spirito della nostra terra. E tutto questo il manifesto lo esprmiva nella sua semplicità. Bello, vero?


La cosa ci è piaciuta, ha funzionato. Ci abbiamo pregato e sperato, e poi la seconda edizione è arrivata. Ed è stata migliore della prima: più grande, i primi ospiti, i primi eventi. 

Se ne comincia a parlare anche oltre lo Stretto, diventa una realtà più concreta, ma conserva ancora lo spirito della prima edizione. "L'isola che non c'era", era il tema sul Manifesto di quell'anno. Perfetto, non trovate?


Anche la seconda va bene, oltre le aspettative. Allora si continua, ci si gasa, si vuole fare di più. Arriva la terza edizione, 2013. E le cose cominciano a cambiare.
Per primo, tocca al periodo: si sposta da settembre a giugno. Perché? Perché la parte di anno che va da Marzo a Giugno è periodo di fiere? Non l'ho mai capito. In più, tra Marzo e Giugno ci saranno almeno 3 diverse grosse fiere in Italia. Perché non lasciare che settembre fosse il mese dell'Etna comics, così come ottobre/novembre lo è del Lucca?
Forse che, comincia a nascere quell'immotivato bisogno di essere come glia altri, come "quelli più grossi di noi", che è una roba tutta del sud? Non lo so, ma direi che basta guardare il manifesto di quell'anno per capire che qualcosa si è già perso.



Arriva la quarta edizione. La grande svolta. Manifesto disegnato da Ortolani e la promessa scritta che "il meglio deve ancora venire" (in piccolo e in giallo, quasi non si nota). E di fatto è una gran fiera, da molti punti di vista. O almeno lo è stata per me. Grandi nomi del fumetto italiano e non; attività varie, tornei di ogni sorta, mostre, conferenze e workshop; area comics, games e ristoro triplicate negli spazi; nasce l'area Altri Mondi e la zona palco viene spostata all'interno del  Teatro Le Ciminiere. Tutti i piani e gli edifici delle complesso vengono occupati.

Adesso siamo in ballo, siamo in competizione. Facciamo parte della concorrenza, vogliamo essere come loro. Vogliamo essere riconosciuti, fare le cose alla loro maniera: "guardateci, siamo come voi!!!". Per cosa poi? Per guardarli da pari a pari? La fiera aveva già una dignità e una vita propria. Ma ormai, quello spirito da cui era nata pare perso per sempre.

Di tutto ciò, il manifesto ne è la prova. Non è altro che l'elenco degli ospiti messo a bella posta. Punto. E non mi riferisco alla tecnica e all'esecuzione (questa è una cosa che non farò mai, perché non ne ho le competenze), ma del concept, dell'idea, di quello che passa al potenziale visitatore quando lo vede.
Nulla. Non dice assolutamente nulla della fiera, del tema, o del luogo in cui avviene. Solo la lista degli invitati. Ah sì, se vi concentrate noterete che sono organizzati nello spazio in modo da ricordare il cono vulcanico dell'Etna. Ci sono pure gli sbuffi di fumo, eh?


Il Manifesto 2014 fu tanto odiato e discusso. Credo di essere tra i pochissimi a cui piacque, parecchio anche. Perché? Basta guardarlo per capirlo. Non lo vedete? Allora tornate indietro in questo post e riguardate i manifesti delle prime due edizioni. Avete capito adesso?
Se proprio non ci arrivate, ve lo suggerisco io. C'è di nuovo l'idea. E non una qualsiasi, ma quella che era l'essenza della fiera alla nascita: un'isola, la nostra, proiettata verso il mondo esterno. E lo vedi lì, tutto in quel rettangolo, nel colore arancione sparato che ricorda il fuoco dell'Etna, che da unità all'immagine, nei vestiti siciliani tradizionali messi addosso a Marty e Doc; u Liotru trasfigurato, ma riconoscibile, così come la DeLorean bardata come un carretto siciliano. 

Che poi i disegni non vi piacciano e li troviate di scadente fattura, è una questione altra che non mi interessa trattare. Ma l'idea di fondo c'è tutta e passa in maniera chiara.


E in ultimo, eccoci qua. Il Manifesto del 2016. 
Una Catania notturna sullo sfondo, con in primo piano un Dylan Dog e un Groucho piantati lì, un Chewbecca quasi a caso, se non fosse per Episodio VII (e credo ne sia il motivo). Bon, fine.
Di essere bello esteticamente, è bello. Ma dal punto di vista dei contenuti è assolutamente vuoto. Qual è l'idea che vuole fare passare? Ne ha una? E dello spirito della manifestazione, che dice? E della città che lo ospita? Nulla, se non il vuoto.
E' un semplice collage, tutto appiccicato, quasi a caso, su uno sfondo: un bel DD, un Groucho, un Chewbecca e il simbolo di Catania sulla sfondo. Se lo paragonassi al manifesto di Lucca 2015, o dell'ARF 2016 di LRNZ, mi sembrerebbe ancora più deludente.
E sa anche di vecchio e stantio, con tutto rispetto per Villa. Non è mica lui il problema di base. Quello riguarda il perché della scelta. Già, perché?
Perché il sud avrà sempre un complesso di inferiorità insensato? Perché così, con un Manifesto che avrebbe dovuto essere alla maniera di quelli classici delle altre grandi fiere storiche, avremmo avuto più legittimità? Guardarli da pari a pari? Se questo era l'intento, direi che ha sortito l'effetto opposto.


Avrei preferito rimanesse poco più di una fiera di paese, ma che fosse autentica e avesse uno spirito tutto suo che la distinguesse dalle altre, piuttosto che vederla trasformata in una fiera come tante che sarà sempre più grande, ma anche sempre più senz'anima, carattere proprio, omologata.

C'era una volta..l'isola che non c'era.

3 commenti:

  1. È assolutamente vero! la fiera ha perso la sua identità, i primi anni si andava per godersi un po' tutto quello che offriva dagli articoli da fumetteria, ai costumi e per vedere gli spettacoli ma adesso ho perso il suo fascino, forse ha perso quella sua elitarietà che tanto ci piaceva.

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